le mosche

[questo è uno dei miei post “australiani” che potete trovare nella pagina

C’erano una volta i koala“: una selezione del mio primo blog]

(originariamente postato su blog.studiogeologicobc.it il 23/03/2011 alle 15:26, ora italiana)

quando ho deciso di creare un blog, pensavo che dovesse servire soltanto per fare vedere le foto agli amici senza fb. si è trasformato in una specie di diario di viaggio. adesso non so più cosa sia.

oggi lascio andare il carro dove vuole.

non so dove mi porterà.

alle 5 di questa mattina arrivo a coober pedy. ovviamente senza sapere quale sia il passo successivo. ma di lì a poco apre il caffè-ristorante della stazione di servizio all’ingresso del paese. ne approfitto per fare come la prima notte a sydney: mi tiro dietro trolley e bici e mi faccio un giro per la main street. è lunga circa un chilometro. arrivo in fondo e ritorno. in tempo per entrare nel caffè, e aspettare l’apertura dell’ufficio informazioni dall’altra parte della strada.

nel caffè mi collego a internet e guardo quali accommodations offre la capitale dell’opale. c’è l’ostello che al mio arrivo è venuto a prendere un gruppo di ragazze, un po’ di motel e un paio di alberghi. rimango colpito da una specie di pensione-dormitoio di nome opal cave. esattamente come tutte le abitazioni del paese, anche questo è sviluppato per più dell’80% sotto terra. mi piace. voglio questo. all’ufficio informazioni faccio telefonare per sapere se c’è posto. ce n’è. mi aspettano.

 

come quasi tutti i negozi presenti, anche l’opal cave vende opali. il negozio funge anche da reception. mi accoglie una signora che mi vuole mandare all’ostello. sembra che qui, qualsiasi attività, sia in mano alla stessa persona: tutti fanno pubblicità agli altri, anche se dovrebbero essere concorrenti. ma io non voglio andare nell’ostello, voglio rimanere qui, le dico. lei insiste, allora mi metto a fare quello che so fare meglio: quello che non capisce un cazzo di quello che gli viene detto. prendo la signora per sfinimento. mi fa rimanere. capisco perché voleva mandarmi da un’altra parte. ci sono solo io. stanotte avrò tutta la stanza per me…una stanza con 52 posti letto.

 

le due notti precedenti, passate sui pullman, mi hanno un po’ stancato. mi stendo e provo a dormire. però al caffè mi sono fatto due cappuccini. troppa caffeina.

ma mi accorgo di una cosa. sono esattamente dove voglio essere. non si sente niente. nessun rumore. neanche di sottofondo. sono dentro ad un sarcofago, lontano da strade e da qualsiasi attività. è impressionante. c’è talmente tanto silenzio che riesco anche a sentire i pezzi più grossi di arenaria che, sgretolandosi, cadono a terra e che, insieme alla polvere, ricoprono tutte le superfici. posso pensare. mi piace raffigurare certi concetti come se fossero degli animali. da ieri, oltre al lupo che mi tiene compagnia da quando sono partito, mi si è affiancato anche un unicorno. sono animali strani. ti cercano loro, tu non puoi trovarli. se sei fortunato ne vedi uno. una volta. ma devi essere bravo a non farlo scappare. io non lo sono stato ma, non so come e perché, mi ha cercato una seconda volta. e questa volta gli sono andato incontro e l’ho fermato. mi ha capito e mi sta seguendo. ci parliamo tanto. ci stiamo conoscendo. è un animale bellissimo. voglio che mi segua per tanto tempo.

sto bene. aspetto che il sole del deserto mi consenta di uscire.

alle 17 giro un po’ nel paese.

 

ci sono tante mosche. appena ti fermi ti avvolgono. dopo una manciata di secondi capisco che è inutile scacciarle. allora mi viene in mente un passo di un libro che lessi 20 anni fa “…e la chiamarono due cuori”. una di quelle storie che o ti piacciono o ti fanno schifo perché è solo la solita storia new age tutta Terra ed emozioni. io rientro tra i primi. la storia è ambientata in australia e, se non ricordo male, parla di una sorta di donna in carriera che finisce in mezzo agli aborigeni dei territori del nord. loro gli dicono che non deve innervosirsi per le mosche. ti puliscono la pelle e ti tolgono la sabbia. anche loro sono parte della vita. quindi le devi accettare. non rifiutare.

alle 18 imbocco la strada per oodnadatta, lontana quasi 200 km.

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io mi accontento di andare avanti fino alle 19,30, e ne faccio circa 35. non c’è nessuno. da nessuna parte. il deserto mi accoglie molto più verde di quanto immaginavo. niente paesaggio lunare che ti pubblicizzano. ma va bene così.

 

qui il lupo mi scappa un sacco di volte. ma si fa sempre raggiungere. ovviamente, perché lo vuole. mi sta facendo riflettere sulla decisione di ritornare in italia. mi dice che nell’equazione della vita, le variabili improvvise, sono insidiose. non sai mai come valutarle, come considerarle. è vero, gli rispondo. ma sono anche le cause delle emozioni più belle. gli dico che preferisco un’equazioni con una variabile sconosciuta ma emozionante che un’equazione lineare che non mi fa provare niente. quando mi sente dire che è meglio essere ottimisti e pensare che, anche se è difficile, l’equazione si può risolvere, piuttosto che bloccarti già in partenza, torna a correre più veloce. ma guarda sempre dietro per vedere se lo seguo.

supero per qualche chilometro la barriera contro i cani selvatici e poi ritorno indietro.

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mi siedo e mi fermo a vedere scomparire il sole all’orizzonte.

 

riparto quando si sta facendo già notte. ma sono attrezzato e non ho fatto neanche una curva. sono completamente immerso nell’oscurità, ma il mio fanale mi consente di percepire un continuo movimento attorno a me. sulla strada si materializzano tante piccole pollottoline di piume nere: sono la specie locale di kiwi. non più grossi di un pulcino. nel cercare di schivarli mi pianto in un solco di pneumatico secco. la mia prima caduta australiana. ma sono attrezzato anche per questo. continuo. ne trovo altri sulla strada, insieme a sagome più grandi. questa volta vado dritto e un paio di volte sento un rumore strano. domani dovrò pulire la Bianchi non soltanto dal fango. arrivo ad una piccola altura, da dove riparte la strada asfaltata e da dove si rivedono le luci della città.

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un po’ le aspettavo.

la mia grotta mi accoglie silenziosa come l’ho lasciata. solo più buia.

mi sistemo e mi metto al tavolo a scrivere questo post.

poi prenderò carta e penna e inizierò a capire come risolvere l’equazione.

non ho fretta.

ho tempo.

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