social e misantropia millennial

sottotitolo, ovvero perché non mi dovete cercare sui social? perché non ci sono.

cosa ti fa credere che un rapporto sociale a distanza intermediato da uno smartphone sia più gratificante di uno dal vivo?

sabato sera sono andato a bere una birra con alcuni amici: 40enni e (ultra)40enni nel mio caso.

ad un tavolo di fianco al nostro si sono seduti 6 ragazzi di 18-20 anni. quello di fronte a me, distante meno di 2 metri, ha digitato forsennatamente sul suo smartphone per tutto il tempo. a volte parlava con l’amica di fronte senza smettere di digitare e senza alzare gli occhi dal monitor (per questo, l’ho ammirato). gli altri 5 ragazzi, seppur con molta più moderazione, non si sono mai privati di qualche sbirciata veloce sui loro dispositivi. sono comunque stati molto più controllati di molti miei coetanei che vivono per facebook.

in un caso ho riconosciuto twitter e in un altro whatsapp, in altri strutture inequivocabilmente da social. niente zuckerberg, ovviamente, troppo da matusa per un 18enne.

e quindi, per l’ennesima volta, mi è balenata in mente la domanda con cui ho aperto questo odio.

forse gli amici con cui era seduto al tavolo non erano quelli migliori per lui però, un po’ più di considerazione, se non di educazione, non ci sarebbe stata male. ma i tempi sono cambiati e l’educazione non si misura più prestando attenzione a chi hai davanti (non si misura proprio più, dirà qualcun altro).

ma anche se fossero stati i suoi migliori amici sono quasi certo che l’isolamento si sarebbe verificato ugualmente. ho assistito a pizzate di gente che si reputava amicona in cui la conversazione era costantemente interrotta dalle notifiche: cinguettii, ronzii, bip, fruscii e campanelli insopportabili e più potenti di qualsiasi argomento.

il paradosso del nuovo millennio è che se sei a tavola con un amico chatti con un altro che quando vedi di persona ignori per chattare con il primo.

contrariamente a quello che si pensa, l’essere costantemente disponibili per tutta la tua rubrica ha qualcosa di antisociale, soprattutto per gli ultra30enni che non possono certo avere una capacità multi-interattiva come il ragazzo che ho incontrato sabato: lui riusciva a gestire, credo, almeno 2 chat e 2-3 profili social parlando ugualmente con l’amica di fronte. per uno nato nel ‘900 la sospensione del dialogo dal vivo per rispondere ad una notifica è obbligatoria.

c’è stato un tempo in cui scrivere tanto era considerata pratica incentivata. nell’800 e nei primi del ‘900 da parte di artisti, politici, filosofi, scrittori e scienziati era comune intrattenere fitti rapporti epistolari con centinaia di persone. ma il tempo tra una lettera e l’altra ti dava il tempo di interagire anche dal vivo (a parte Lovecraft che, ad un certo punto della sua vita, ha sospeso i rapporti diretti sostituendoli con la carta da lettera).

e poi c’è la questione del lavoro da svolgere.

ho avuto un profilo facebook dal 2007 al 2010 e verso la fine ho anche preso in considerazione di aprirne uno di twitter e poi uno di linkedin. per gestire un misero bottino di circa 100 “amici” (molto, ma molto tra virgolette) arrivavo a consumare anche 1 ora della mia giornata. per cosa? per leggere vaccate su mici e cani, false notizie (e sì, esistevano anche 10 anni fa) e inutili conversazioni politiche, per seguire le cronache di giornate sempre uguali e per inserire contenuti piuttosto scontati.

per questo decisi di chiudere con facebook (anche perché realizzai che ogni mio dato inserito diventava proprietà del social). ho ancora un profilo aperto su flickr, fermo da anni alle prime 6 fotografie postate, che probabilmente non ho chiuso, non perché me ne sia completamente dimenticato, ma perché il mio subconscio pensa potrebbe contribuire a migliorare la mia (mediocre) capacità di fotografo.

e così sono diventato l’unica persona under70 che conosco a non avere un profilo social.

nel tempo, anche assistendo a scene come quella di sabato sera, ho maturato un certo astio nei confronti di facebook e twitter non capendo quanto possano realmente incidere le irrisorie differenze dei successivi google+, linkedin, pinterest, instagram, tumblr e tutti quelli che emergono solo perché alla moda o perché spinti all’uso da un paio di attori o cantanti famosi.

così come i migliaia di modelli di automobili in commercio i social nascono e si diffondono in base alla facilità d’uso, al prezzo e alla moda. la differenza? a livello pratico nessuno: una dacia sandero ti porta al mare esattamente come un t-roc della volkswagen e facebook ti permette di parlare di cuccioli esattamente come instagram.

mi rendo perfettamente conto che con un profilo social puoi rimanere al corrente di un sacco di iniziative e che, a volte, vengono utilizzate per scopi nobili: per esempio, in francia nelle scorse settimane, twitter è servito per rintracciare i discendenti di un soldato della prima guerra mondiale che aveva scritto una lettera, mai spedita ma ritrovata, ad un suo amico poco prima di morire.

cose belle.

ma sempre circondate da troppi mici.

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