la decaduta

bologna è una vecchia signora, con i fianchi un po’ molli; col seno sul piano padano ed il culo sui colli

cantava Francesco Guccini.

se Rabindranath Tagor, premio nobel per la letteratura nel 1913, fosse ancora vivo, della sua calcutta scriverebbe qualcosa come…

sfarzosa, verde e ridente un tempo regnava sull’india intera

maestosa nei suoi viali, brillante e vitale dietro alle sue finestre

ora è solo un’ombra severa, dimessa, grigia e piangente

cadente tra le sue logore mura, al seguito di glorie rafferme

e senz’altro che un nome falso come puntello

per quanto mi sforzi nel considerare tutto ciò che di bello ho visto, sentito e provato, la carente gestione in qualunque attività, la mancanza di qualsiasi senso civico, il rumore, la sporcizia e la ripetuta tendenza verso maliziosi sotterfugi tesi a fottere lo straniero, mi orientano a considerare gli indiani come uomini decadenti.

ma non nel senso che davano ad Oscar Wilde o ai decadentisti europei di fine ottocento…magari!

no, intendo proprio (de)cadenti, partiti cioè da un punto di massimo raggiungimento civile e da tempo protesi incessantemente verso il basso, alla ricerca del fondo nel barile della civiltà.

e se gli indiani sono decadenti, calcutta o kolkata, come la vogliono chiamare i buffoni politici nazionalisti bengalesi, è la loro capitale.

ovunque si vada a calcutta, percorrendo i suoi viali, guardando i suoi palazzi, attraversando i suoi parchi, visitando i suoi musei, si percepisce decadenza.

è come se, dopo quasi 70 anni dal proclama di indipendenza dall’impero vittoriano, i bengalesi vivessero ancora di rendita di ciò che gli inglesi hanno lasciato.

la massima espressione di incuria si può vivere visitando il “marble palace”, palazzo di fine ‘800, in cui è severamente vietato fotografare. il motivo è uno solo: evitare che si possa documentare il pietoso stato di conservazione di tutte le stanze, di tutti gli arredi (compresi presunti dipinti di Tiziano, Rubens e Murillo) del cortile e della sua (inutile) uccellaia.

in certi momenti, passeggiando per l’esplanade si può percepire una sensazione simile a quella vivibile tra i fori romani: un senso di passata grandiosità; ma questa momentanea impressione dura lo spazio tra un colpo di clacson e l’altro, tra un sacchetto di patatine e un ratto schiacciato, tra un albero ricoperto di polvere e una ringhiera arrugginita.

probabilmente, se non fosse oppressa dalla stessa mole di indiani, anche chandigarth, la capitale dell’haryana e punjab, velleitaria città di neanche 60 anni voluta da Nehru e progettata da Le Corbusier, sarebbe allo stesso stadio di decadenza di calcutta (pur essendolo già per qualsiasi metro “occidentale”).

a calcutta abbiamo percorso chilometri di strade, schivando le buche dei suoi marciapiedi, passando davanti a palazzi vittoriani con colonne di marmo a pezzi, girovagando nei suoi cimiteri e tra i suoi monumenti in rovina, percependo sempre un forte senso di decadimento che la bontà della cucina locale o il folclore di certe situazioni non sono riuscite a contrastare.

in certi momenti è stato difficile comprendere come si sia potuti arrivare ad un simile stato di abbandono e degrado di edifici ed arredi urbani costruiti solo 100 anni fa: da noi ci sono ruderi medioevali abbandonati in condizioni migliori.

la proverbiale eccezione che conferma la regola è il memoriale della regina Vittoria che, a meno di 100 anni dalla sua ultimazione, insieme al suo parco, mostra un generale buon stato di conservazione, condizione, questa, che evidenzia maggiormente lo stato di trascuratezza di tutto il resto di calcutta.

parafrasando la grande Lucy Van Pelt: gli indiani erodono il proprio paese!

e lo erodono ad una velocità e intensità nettamente maggiore di quanto potrebbe fare un “occidentale”.

è un peccato…un vero peccato.

la calcutta vittoriana era bella e grandiosa…

oggi, di quella grandiosità, è rimasta solo una sericea parvenza centrale circondata da una reale, caotica, informe e irrazionale metropoli indiana.

 

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