il paese dei sorrisi

[tra un “odio” e l’altro, qua e là ripesco dei vecchi post scritti durante la mia (lunga) permanenza  in Thailandia…li ripesco perchè oggi avrei voglia di un piatto di tom yam da ustionarmi l’ipotalamo…]

…e finalmente arrivammo nel paese dei sorrisi!

dopo 3 mesi di “incredible india”, dove tutto va avanti solo perché il sole sorge ogni giorno, arrivare a bangkok è stato come ricevere il premio che agognano quei poveri creduloni che si fanno saltare in aria in mezzo ad un mercato: il paradiso.

atterri in un aeroporto bello, con un sacco di ragazzi che ti assistono per qualsiasi cosa, senza bisogno di spendere un soldo di visto (se rimani meno di 1 mese) e con un treno che ti collega al centro della città da dove puoi andare ovunque.

e l’ovunque lo puoi cercare senza che nessuno ti riversi nelle orecchie tonnellate di cacofonici e inutili colpi di clacson, guardando donne vestite come vogliono e non come devono, evitando di inciampare ogni 2 metri di marciapiede, senza trovarsi il naso otturato di polveri che di sottile hanno solo il colore, fermandoti a mangiare e a bere qualsiasi cosa ad ogni angolo e sentendoti in dovere di ricambiare una moltitudine di sorrisi.

è bello vedere delle persone che quando incrociano il tuo sguardo ti sorridono.

da noi è troppo faticoso…si devono mettere in moto troppi muscoli ormai atrofizzati.

a bangkok, nonostante i 40°C, un’umidità sempre sopra l’80%, un traffico intenso, il forte pendolarismo, l’impossibilità di fumare quasi ovunque, i semafori che durano anche 180 secondi, gli autobus a pick-up con i sedili duri stile camion militari, la presenza di migliaia di colletti bianchi (anche con la minigonna) che dovrebbero avere la bile in continuo subbuglio, la spietata concorrenza dovuta alla tradizione di piazzare i negozi con le stesse caratteristiche merceologiche uno accanto all’altro, i monsoni, le pantegane tigri, gli scarafaggi ippopotami e il dovere nazionale di vestirsi spesso di giallo, un colore che sta bene solo a titti…

ebbene, a bangkok si riesce a sorridere.

ed è stupefacente…sembra che sia un’abitudine diffusa in tutta la thailandia.

e così, fare il turista a bangkok è la cosa più facile del mondo: puoi visitare decine di complessi spettacolari, perderti in mercati enormi dove puoi trovare l’inimmaginabile, provare una nuova galassia culinaria, incontrare genti da tutto il mondo, meravigliarti (o, da bravo “compagno”, schifarti) in mucchi di centri commerciali più sfavillanti del sorriso di un politico di carriera, pronosticare di quanti secondi sarà in ritardo la metropolitana o lo sky-train…tutto questo, sempre correndo il rischio di incrociare un thai che ti sorriderà per il solo motivo di esistere.

e da bangkok puoi andare a vedere nakhon pathon, con lo stupa più alto della Thailandia, dove puoi imparare tutto sul buddismo semplicemente guardando le decine di statue del Buddha collocate attorno ad esso.

e se poi vuoi proseguire verso nord, in direzione di chiang mai, ti puoi fermare nel parco archeologico di  sukhothai, la capitale di un antico regno, dove dovrebbero andare a studiare “elementi di gestione archeologica 1” i bravi responsabili di pompei.

probabilmente sto divagando: il fatto è che questo post avrei dovuto scriverlo più di un mese fa. ma, chissà perché, l’acufene  (o tinnitus) causato dall’eccesso di permanenza in india, ha impiegato molto tempo prima di lasciarmi di nuovo libero di pensare placidamente. probabilmente queste parole non sono nient’altro che una lunga premessa per accompagnare le fotografie che vedrete qui sotto.

un ultimo, inutile, commento che forse approfondirò in seguito.

la Thailandia è un paese splendido (come l’india) con una popolazione splendida (non come l’india); lo splendore di questo popolo è in gran parte da imputare al buddismo theravada, “religione” che lo accomuna ai birmani, ai cambogiani e ai laotiani: 4 nazioni che, con le dovute proporzioni e differenze, sono spesso tenute in scacco da pugni di generali ambiziosi e senza scrupoli che, ovviamente, delle dottrine buddiste apprezzano soprattutto la tendenza al “pacifismo” dei propri compaesani.

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