…e quindi, ripenso all’india.

odio odiare e odio gli odiatori. sempre più abbondanti nei raccolti giornalieri italiani.

per questo, mi è tornato in mente il protocollo sociale indiano:

vivi, non odiare.

vivi…che se ti mantieni vivo, arriviamo a 2 miliardi!

e loro, vivono.

a dispetto di tutto e di tutti.

delle merde di vacca e della merda nell’acqua.

dell’ostilità religiosa e della mostruosa corruzione.

delle miliardi di teste e delle intramontabili caste.

e dei clacson.

[natale 2011]

ci sono molti modi che la tecnologia usa per farti girare le palle.

il modo più semplice…è quello di non funzionare.

ma ci sono modi più subdoli.

come quando accendi il tuo computerino per scoprire che solo il terzo di monitor a sinistra funziona,  mentre i 2 terzi a destra ti annunciano, tramite un codice morse a righe verticali, di un bel mix arcobaleno,

mi dispiace, ma visto che ho le lune di saturno negli occhi… ti fotti!”

e tu rimani fottuto.

poi, così come capita quando la tua cazzo di auto, al 14esimo tentativo, si mette in moto, improvvisamente e senza apparente motivo, la tecnologia ti parla e ti dice…

vabbè…la tua bile mi è sufficiente come olocausto per soddisfarmi, torno a funzionare. ma occhio… 

ti fotto quando voglio!”

e tu ti metti a 90 gradi, ti cali le braghe, ringrazi e ti cospargi anche di sabbia…

per aumentare ancora di più l’attrito.

ma veniamo a noi.

sono a kathmandu…senza accento. perché non si usa. troppa fatica forse.

per arrivare nella capitale della nazione che in tutto il mondo è sinonimo di fricchettoni, everest ed himalaya, vette sterminate, pace, neve, freddo, ghiaccio e cazzo di yak…

sono passato prima per l’aeroporto di istambul e per delhi…

poco nuova…solo delhi.

anzi…delli per gli amici.

arrivi in un’aeroporto nuovo, quasi di pacca. un paio di anni fa, al posto delle piste, c’erano ancora le vacche che pascolavano.

tutto pulito, tutto ordinato.

con decine di inservienti…tutti con divise diverse a seconda del compito svolto…che ordinano i carrelli, puliscono per terra, tolgono la polvere, asciugano i top dei lavandini, scaricano le valige da troppo tempo sui rulli o semplicemente che li ingolfano.

inservienti che, più hanno compiti umili e faticosi, e più sono magri. tanto magri che non ti capaciti con quali muscoli riescano a spostare i carrelli pieni di bagagli.

poi…

poi devi uscire dall’aeroporto. non ci puoi stare. non puoi visitare un paese stando in aeroporto. giusto? anche se esci da quello di delhi, potrebbe venirti voglia di rientrarci subito.

ecco…quindi devi uscire, e quando lo fai…

non capisci perchè cazzo tengano così pulito il pavimento dell’aeroporto!

non solo, non capisci perché l’ambiente dell’aeroporto sia così ovattato.

appena le porte scorrevoli si aprono, il rumore dell’orda barbarica durante il sacco di roma ti assale!

ti assale con un rumore assordate di clacson…già davanti agli accessi dell’aeroporto.

gli indiani lo suonano per farsi sentire, per farsi dare strada, per chiamare, per avvisare, per protestare, per salutare, per indicarti la loro presenza, per farti spostare…

per farti incazzare.

poi prendi un taxi. bello, dotato di tutti gli accessori per garantire un confortevole viaggio ai suoi passeggeri. come un santino di ganesha su ogni poggiatesta.

poi entri a delhi…e da una strada con 2 carreggiate, una per ogni senso di marcia, con 3 corsie ciascuna, in cui auto, camion, moto, api-taxi si incrociano con misteriosi tracciati degni dei migliori disegni di nazca…

si passa a una strada con un’unica carreggiata, con 1 corsia per senso di marcia, su cui si aggiungono anche i risciò, le bici e, soprattutto, i pedoni.

e ogni tanto qualche vacca.

e il rumore aumenta. ed è impressionante.

ti viene da chiederti…”ma come fanno a capire a chi è rivolto il colpo di clacson? come fanno?

poi ci ragioni.

sono come i pipistrelli. invece degli ultrasuoni, usano il clacson per inviare onde acustiche che, rimbalzando contro gli ostacoli, gli permettono di evitare quello che per un occidentale sarebbe ovvio…

un incidente ogni 30 secondi!

poi…

poi incominci a girare a piedi e a osservare…

e allora vedi la folla, i fili dell’elettricità, le buche, i vestiti, i negozi, il povero che non sai se arriverà alla sera, il trentenne che ha fatto il business con in mano  l’ultimo iphone, i tetti in lamiera, le case sventrate per fare il posto ad un metro in più di strada (e rimangono, così, sventrate con la gente che ci vive ancora dentro), i carretti con la frutta tutta ordinata, degli omuncoli con 200 kg di mattoni sulla testa, i risciò, i cani randagi che di giorno fanno pena…e di notte ti ringhiano dietro, la polvere dello smog che ricopre ogni cosa, le mascherine nere davanti alla bocca che ti fanno pensare di respirare meglio, la stazione dei treni con i metal detector, i trespoli dei poliziotti per controllare non si sa che cosa, uomini che la sera e la mattina fanno la raccolta differenziata tra cumuli di rifiuti, uomini in bicicletta con 4 bombole del gas o file di mattoni in equilibrio sul tubo superiore e sul manubrio, i barbieri aperti fino a notte fonda, i motociclisti con il casco…

e tutto un mondo di vita diversa dalla tua.

ma delhi è solo di transito. dovevo arrivare a kathmandu.

anche lì ci sono un sacco di pipistrelli.

anche qui trovi un mondo nuovo.

e continui a scoprire…

quanto c’è da scoprire.

poi ritorni in italia, dal sempre vecchio berlusconi, pensando che non potrà mai andare peggio.

poi passa qualche anno, e capisci che non c’è mai fine al peggio.

 

 

 

 

 

 

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