la generazione del pollice verso

…ovvero la generazione dei 30 decimi di secondo…

un pittore francese neoclassico dell’800, a cui stavano sul culo tutti gli impressionisti, rimarrebbe veramente impressionato nel sapere che, un suo quadro del 1872, è riuscito a condizionare la gestualità degli uomini del XX secolo e, probabilmente, la mentalità di quelli del XXI.

come tutti i neoclassici di tutto il mondo, per i suoi quadri e le sue sculture amava mischiare storia, leggenda, mitologia e realismo con la sua immaginazione (e la sua particolare predilezione per il corpo femminile nudo decespugliato).

[niente da dire su questa sua passione, però è veramente difficile non considerarlo uno stronzo maschilista visto che è quasi impossibile, nelle sue opere, trovare una donna che non mostri almeno una tetta o un pezzo di coscia (composizioni, spesso un pochetto forzate, con decine di figure tutte maschili, oppure in cui l’unica donna, lì al centro o su un terzo, mostra una chiappa o la reale rosa)].

ma non sono qui a spezzare un lancia a favore del movimento femminista (in fondo sono un estimatore di Boldini, Frazetta e Mucha…oltre che del corpo femminile nudo).

sono qui per parlare della “generazione del pollice verso”: gestualità nata da una mendace interpretazione, illustrata per la prima volta dal pittore suddetto, diffusa da un’hollywood cafona ed amplificata dai social effettoT.S.O.

quando, all’inizio della seconda parte della prima decade del 2000 (farei prima a scrivere “circa 2007”, ma non è stiloso), fui indotto da una mia collega ad aprire un account su facebook (“dai, che ci scambiamo qualche commento e poi ritrovi i vecchi compagni!”…e io, allora, non realizzai che i commenti ce li potevamo scambiare a voce – eravamo nella stessa stanza – e che, se i “vecchi compagni” erano diventati tali, probabilmente era meglio non ritrovarli), non esisteva ancora il pulsante per esprimere in meno di 30 decimi di secondo un parere positivo, senza motivazione, su qualsivoglia argomento (soprattutto sui mici).

quando, non più tardi di fine 2010, chiusi il mio account di facebook, il pulsante “i like” era stato introdotto da pochissimo: non lo usai mai.

quando, non ricordo quando, in un giorno di folle surf internettiano, mi imbattei su youtube nei video ufficiali di “don’t worry be happy” di McFerrin, di  “somewhere over the rainbow” di Iz e di “Across the Universe” dei BeatlesanzinoJonhLennon (ma anche la versione cantata da Fiona Apple), rimasi sconcertato nel vedere che, degli esseri umani, avevano cliccato sul pulsante “dislike”: probabilmente, pensai, persone non amanti della poesia, dei grandissimi obesi e di una canzone che è anche stata oggetto di studi universitari per gli effetti benefici psico-fisici indotti dalla sua struttura melodica, musicale e lirica.

[stessa cosa per video come quello in cui Johnny Clegg canta “Asimbonanga” insieme a Nelson Mandela: chi sono quei circa 2000 che hanno cliccato su “dislike“? propendo per circa 2000 bianchi suprematisti fascistoidi con facce da cammello, panze da birra e cervelli da criceti…]

mi resi conto, allora, che nel mondo esistevano degli esseri umani che cliccavano su un pulsante, tra l’altro originariamente anche denominato “hate”, per esprimere un fastidio, un disaccordo, un odio nei confronti di qualcosa o qualcuno senza l’obbligo di motivazione, la possibilità di contraddittorio o la reale necessità di compiere tale atto.

mi resi conto che, nel mondo, esistevano persone che cliccavano su “dislike-hate” perchè avevano un qualche serio problema emotivo, comportamentale, culturale e sociale irrisolto.

e, ormai, un’intera generazione, quella Z, ancor più quella dei millennials, è nata e cresciuta in un mondo in cui è lecito e socialmente ammissibile esprimere il proprio fastidio od odio in meno di 30 decimi di secondo.

sarebbe riduttivo dare la colpa di tutto ciò soltanto a facebook.

ok, il paziente zero è stato zuckerberg (quanto meno perchè è stato il boss che ha dato l’ok finale), ma l’infezione della nuova vera peste del secolo, l’odiare, è stata diffusa da tutti i social, da youtube, da tripadvisor e dai media che hanno permesso una recrudescenza esponenziale dell’opinione odiante espressa in una manciata di secondi (o anche in soli 30 decimi di secondo).

e l’odiare ha fatto in fretta ad infettare anche i più vecchi di 18 anni: infatti, ormai sono in circolazione truppe di ultra-cinquantenni, con sindrome del tunnel carpale acuta, che non fanno altro che cliccare su tutti i “dislike” che trovano. in questo, un ruolo fondamentale alla diffusione dell’odiare l’hanno giocato proprio tripadvisor e gli altri portali di recensioni in genere.

anche io sono un utente di tripadvisor, registrato da almeno 10 anni, e penso di aver scritto una ventina di recensioni, tutte positive. leggendo le altre, invece, mi sono sempre chiesto come si possa riversare cumuli di letame su un’attività commerciale che si visita solo una volta. per questo, non scrivo mai recensioni negative: semplicemente, se mi capita un posto dove non mi trovo bene, non ci torno più. ma anche questo mio comportamento racchiude un concetto crudele: non concedere una seconda possibilità a chi ha sbagliato (ma i posti sono tanti e i soldi sono pochi…quindi supporto la vecchia regola del commercio denominata concorrenza – leale, però -).

ed è proprio questo l’errore di fondo che compiono tutti quelli che rilasciano recensioni odianti su cose, posti o persone che acquistano, visitano o “incontrano” solo una volta: li stroncano senza dargli una seconda chance. è giusto dire che una cosa non ci piace, se si motiva, ma occorre sempre dirlo ricordando che, dall’altra parte, può essere stato commesso un errore in buona fede.

tutti noi abbiamo i nostri posti preferiti, le nostre marche preferite, i nostri artisti preferiti e siamo sempre concilianti quando incorrono in “errori”: sono i nostri punti fermi e gli perdoniamo sempre una sbandata, considerandola casuale e irripetibile. se poi, gli “errori” si dovessero ripetere, allora trasformeremo il nostro preferito in un “non è più come una volta”.

ho letto decine di recensioni riversa-letame in cui il motivo scatenante l’odio del recensore era chiaramente identificabile in un errore o in una incomprensione; nonostante questo, il recensore ha preferito sputare il suo veleno. infatti, così come capita a noi, il cameriere, cuoco, barista, pizzaiolo, receptionist, ecc., nel momento in cui interagisce con il cliente, può stare male, aver subito un lutto, un furto o un’ingiustizia e, quindi, non riuscirà a lavorare in maniera professionale: è per questo che non scrivo mai recensioni negative, perchè potrei lamentarmi e odiare per un piatto freddo preparato da un cuoco a cui gli è appena morta la nonna.

i social, i portali e tutti quei siti dove è possibile dare giudizi, dovrebbero quindi accettarli solo da utenti che motivano il loro giudizio in maniera ponderata e costruttiva, eliminando, aprioristicamente, i commenti composti da 10 parole in croce e solo sprizzanti odio.

10 parole e 30 decimi di secondo per sentirsi come un dio.

la possibilità di sputtanare persone, cose o locali con un semplice click, fomenta l’odio e quel senso di onnipotenza generato dal piacere di poter decretare la “morte commerciale” di qualcuno o qualcosa che non è piaciuto.

ma perchè dare la possibilità ad un semi-analfabeta di cliccare un “dislike” su una canzone come “Across the Universe”?

un ragazzo di 18 anni, italiano o di ogni parte del mondo (sigh…) che, anche stando agli ultimi dati, non riesce a capire un testo generalista, come può capire un verso come

pensieri vagano come un vento irrequieto dentro una cassetta della posta

cadono alla cieca, mentre seguono la propria strada”?

non lo capisce, ovvio.

e, proprio perchè non lo capisce, lo giudica una cazzata: e giù con un “hate”, pollice verso.

in fondo, è il destino dell’umanità da quando ha iniziato a raccogliersi in comunità.

l’incomprensione, l’ignoranza, la diffidenza per la differenza, genera varie tipologie di sciovinismo, anche personalissime, che giudicano tutto ciò che non si capisce come merda.

e la merda, negli anni 2000, è sempre da odiare.

anche se non si capisce la differenza tra merda e poesia.

pollice verso

ah…il quadro si intitola “pollice verso” e il suo autore fu Jean-Leon Gerome: è lui che, in maniera inconsapevole, concedendosi solo una comunissima licenza storica, diede vita all’alterazione genetica che creò il virus millennial dell’odiare.

il buon Jean-Leon Gerome è il nonno della generazione del pollice verso…

e metterebbe subito un dislike sotto i quadri di Monet.

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3 commenti

  1. Un grande Maestro disse: ‘se non puoi parlare bene di una persona, non ne parlare’ cosa che tu hai inquadrato bene e che anche io cerco, con difficoltà, di mantenere.
    Però c’è una linea spartiacque tra il voler parlare male e criticare per ricerca della verità o cercare di capire chi o cosa critichi, un limite spesso superato per impudenza o distrazione; come anche te di seguiti hai fatto 😉

    “ma perchè dare la possibilità ad un semi-analfabeta di cliccare un “dislike” su una canzone come “across the universe”?”

    Ma il pollice giù è altra storia!

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    1. La “critica” si dovrebbe fare solo nell'”agora”, con contraddittorio e mettendoci il faccione. Ovviamente considero lecito criticare positivamente o negativamente qualsiasi cosa generata dal pensiero umano ma sempre motivando per benino e avendo SEMPRE le competenze per farlo: come l’esempio qui sopra che hai stralciato dal mio testo. In particolare, in campo scientifico devono parlare solo gli scienziati (non necessariamente titolati) mentre, quando si parla di cultura dovrebbe permettersi la “critica” solo chi conosce un po’ più delle 500 parole che, ormai, sembra essere la media utilizzata dai di più.
      E comunque…
      “se non puoi parlare bene di una persona, non ne parlare”…
      Amen

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      1. Giusto, le competenze sono necessarie, appatto da non confonderle con titoli e fumosi pezzi di carta.
        C’è chi la scienza la teorizza, chi la pratica. Trascendi la mia pizza ad i 4 formaggi. Einstein teorizzava l’errore della teoria quantica, qualcuno gliela dimostrata, ma pur rimane Einstein.
        Io non ho criticato il pezzo d’arte di Jhon, non ne ho competenze, ma il fatto che a volte è nella nostra predisposizione umana percorrere la strada che si indica di non per orrere, e c’è una ragione che rimane al quanto difficile da spiegare; se a qualcuno non piace, non per forza bisogna metterlo alla gogna, questo rientrava a mio modo di vedere in ciò che hai descritto.
        Io comunque sono per il confronto, corretto ma deciso, se uno non mi critica io non posso confrontarmi con altre idee o conoscenze altrui e non c’è crescita, chi invece lo fa senza costrutto, come mi è capitato recentemente, non merita sforzo dialettico.

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