i bambini non fanno più ooh

è bello stupirsi del mondo.

arrivare ad un incrocio che hai fatto 1000 volte, svoltare a sinistra e imbatterti in una siepe fiorita, una nuova statua o in un cantante di strada che canta meglio di pavarotti o di axl rose.

oppure leggere di un uomo che paga la bolletta della luce ad uno sconosciuto.

oppure meravigliarsi per una ragazzina di 15 anni che sgrida i potenti del mondo guardandoli negli occhi…e tu ti ricordi che a 15 anni non avevi neanche il coraggio di rimproverare i tuoi amici.

quando avevo poco meno di 20 anni, lessi un romanzo che mi piacque molto (ma sì, stupiamoci anche dei passati remoti).  fu spacciato come autobiografico (ma sulla mia copia non è indicato). l’autrice, però, molto probabilmente si era inventata tutto.

e, allora? pensai io: la storia è bella lo stesso.  anche se non è vera, ti fa stare bene…e allora, che importanza ha se è solo una storia?

il titolo era (e lo è ancora) “e la chiamarono due cuori” scritto da marlo morgan, una statunitense di, allora, una quarantina d’anni.

forse fu da lì che mi accorsi che gli uomini stavano cambiando.

il fatto che la storia, che per esigenze di marketing fu fatta passare per autobiografica,  improvvisamente era diventata solo una storia, rendeva il libro una schifezza.

io, intanto, avevo già fatto ooh e il libro continuava a piacermi.

anni dopo, mi resi conto dei pollici in sù e in giù presenti sotto i video di youtube, presenti su facebook, presenti su un mucchio di pagine in rete: la gente non si accontentava più di dire che una cosa le piaceva, voleva anche urlare al mondo, senza spiegarlo, che quella cosa non le piaceva.

anzi, che la odiava.

perchè qualcuno dovrebbe sentire la necessità di mettere un pollice verso sotto al video di una canzone come “don’t worry, be happy”?

qualcuno con una grande rabbia dentro.

o molto, molto, presuntuoso o ignorante.

anni fa, quando ancora perdevo qualche minuto della mia vita a leggere robe scritte sui social, lessi un commento sotto una canzona di Ligabue: caro il mio Francesco.

una ragazza accusava Ligabue di insultare Francesco. io, ovviamente, non ci potevo credere.

una, presumo, ragazzotta non aveva capito che quel Francesco era Francesco Guccini e che la canzone era un omaggio riverente e sincero.

la ragazzotta (probabilmente una fan fedele di Vasco Rossi – erano i giorni in cui i media avevano montato la guerra tra i 2 messia emiliani del rock) aveva mostrato una clamorosa ignoranza, penso in buona fede: questa ignoranza, travestita da presunzione di poter essere una critica musicale, non le impedì di lasciare un dislike .

e, ormai, tutta la generazione z è nata e cresciuta in un mondo in cui tutti possono mettere dislike sotto chiunque e qualunque cosa.

non è democrazia.

un dislike impiega un nanosecondo a diventare un insulto.

un dislike senza spiegare perchè una cosa non ti piace (e no, dire che non mi piacciono le carote perchè non mi piacciono, non vale) è una violenza proporzionale agli intenti di chi ha creato quella cosa.

un burlone che ha creato un tormentone come pen-pineapple-apple-pen, giusto per scrivere il primo che mi viene in mente, sarà ben contento anche dei dislike, perchè: non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli, scriveva il buon Oscar.

me se si parla male di un uomo che, rimanendo anonimo, ha voluto pagare una bolletta di gas e luce insoluta di un altro essere umano…significa che abbiamo un problema.

il problema è che il cinismo impiega poco a diventare nichilismo…e il nichilismo permette di giustificare qualsiasi abuso.

il problema è che non siamo più capaci di stupirci.

il problema è che non sappiamo più fare ooh…

che è molto più facile da fare rispetto a mettere un dislike.

 

 

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