come con un chiodo piantato nella fronte

la mattina ti svegli con un senso di malessere e di ansia.

non ti abbandona mai. ce l’hai anche quando dormi.

ti alzi e arrivi davanti allo specchio.

ti guardi e lo rivedi.

è sempre lì.

è un chiodo piantato in mezzo alla fronte.

è lì da 20 anni.

per te, in bella vista.

l’ha piantato lui, quando per la prima volta ti ha minacciata con un coltello…quando ancora eri una giovane donna.

poi, piano piano, minaccia dopo minaccia, urla dopo urla, “sei una puttana” dopo “sei una puttana”, ha continuato a piantarlo più profondamente nella tua testa.

è arrivato a piantarlo fino in fondo.

poi, con un po’ di coraggio, sei riuscita a denunciarlo.

è stato arrestato.

è stato condannato.

è stato ingabbiato.

il chiodo, lentamente, è emerso dalla tua fronte. un po’ alla volta.

ma non è mai caduto a terra.

è rimasto sempre lì. piantato. non più profondamente…non più dolorosamente come prima…forse è arrivato anche a traballare…

ma non è mai caduto a terra.

lo vedi solo tu.

nessun altro lo può vedere. neanche chi ti vuole bene e ti vuole proteggere da lui.

è un chiodo fantasma che è percepito solo da alcuni psicoterapeuti.

ma per il resto…

lo vedi solo tu…ogni mattina, quando ti guardi allo specchio.

e risenti le sue minacce.

e risenti il suo alito urlante davanti alla tua faccia.

risenti la paura.

paura di vivere.

adesso lui è ingabbiato.

ma non lo sarà per sempre.

e chissà…forse proprio perchè sente che presto sarà di nuovo fuori…ha ricominciato a telefonarti.

è lui.

non può essere che lui.

si vendica, ritornando a farti paura.

si accontenta di fartela a distanza. ma è sicuro…spera di rifartela anche a 2 cm dai tuoi occhi.

facendoti risentire il suo alito furente.

e il chiodo, che fino a ieri era stato lì lì per cadere, torna ad affondare.

e a martellate lo prende anche il carabiniere da cui vai per cercare un po’ di protezione.

un po’ di considerazione.

un po’ di compassione.

il carabiniere che ti guarda con sufficienza mentre raccoglie la tua denuncia, con occhi che ridono beffardi: “abbiamo cose più importanti da fare che ascoltare di stupide telefonate minatorie”.

il carabiniere è tanto indaffarato.

tanto indaffarato.

troppo indaffarato a scaldare il suo grasso culo sulla sedia, piuttosto che svolgere il suo dovere.

piuttosto che comprendere che una donna, minacciata da 20 anni, è come un castello di carte su un tavolo in mezzo ad una tempesta…

è già crollata, ma con i pezzi che rischiano di volare via lontani.

lontani…in posti dove anche il più bravo figlio di Freud non riuscirebbe ad arrivare.

grasso carabiniere…basta un niente per trasformare la tua pigrizia, la tua sufficienza, la tua ignoranza, la tua insensibilità in un martello che batterà con forza sul chiodo.

e così, esci dalla caserma, dove speravi di trovare almeno una piccola pinza, con il chiodo piantato ancora più profondamente di quando sei entrata.

esci da un posto che dovrebbe avere solo tenaglie per estrarre chiodi.

e, invece, è come la fucina di efesto…

piena di martelli.

e torni a casa.

con le lacrime agli occhi.

perchè non riesci a capire come si faccia a non capire.

che se fanno così, ti lasciano sola.

e lui…

non desidera altro.

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